mercoledì 14 marzo 2018

Benedetto XVI

L’“opzione Benedetto”

L’“opzione Benedetto” non è solo quella illustrata da Rod Dreher [qui - qui] per descrivere un nuovo modo di vivere cristiano nell’Occidente secolarizzato (The Benedict Option: A Strategy for Christians in a Post-Christian Nation, Blackstone Audiobooks 2017); può essere anche intesa come la exit strategy dalla crisi, di coloro che contrappongono Benedetto XVI, “vero Papa”, a Francesco, “falso papa”.
I sostenitori di questa tesi, diffusa a bassa voce in alcuni ambienti ecclesiastici romani, sono convinti che il modo migliore di sbarazzarsi di papa Francesco sia quello di dimostrare che Jorge Mario Bergoglio non è Papa, a causa dell’invalidità della sua elezione e/o della modalità delle dimissioni di Benedetto XVI, il quale non avrebbe mai rinunciato al Papato.

Questa posizione si basa soprattutto sull’opera del prof. Valerio Gigliotti La tiara deposta (Olschki, Firenze 2013), il cui ultimo capitolo è dedicato a La ‘renuntatio mystica’ di Benedetto XVI: Diritto e teologia a servizio del popolo di Dio (pp. 387-432). Secondo Gigliotti, «il dato più sorprendente e veramente innovativo è offerto dalla prospettiva di fondo che innerva tutto il percorso delle dimissioni di papa Benedetto XVI: una dimensione che trasla l’istituto della renuntiatio dal piano giuridico di abbandono della potestas regendi et gubernandi Ecclesiae a quello mistico del servizio alla Chiesa, al popolo di Dio, nella dimensione orante e silenziosa del ritiro dal mondo» (p. 403). La strada per una suggestiva, ma infondata, scorciatoia canonica, per eludere i problemi dottrinali, è aperta.
Il prof. don Roberto Regoli, nel suo libro Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (Lindau, Torino 2016) ha rilanciato la tesi di Gigliotti e nella presentazione del libro di don Regoli, svoltasi nel 2016 nell’aula magna della Università Gregoriana, mons. Georg Gänswein ha affermato che papa Ratzinger ha trasformato il concetto di “ministero petrino” [qui - osservazioni qui].
«Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero. Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune. (…) Dall’elezione del suo successore Francesco, il 13 marzo 2013, non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano – come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato».
Tra le migliori opere che confutano questo tentativo di ridefinizione del Primato pontificio c’è un accurato saggio del cardinale Walter Brandmüller dal titolo Renuntiatio Papae. Alcune riflessioni storico-canonistiche (“Archivio Giuridico”, 3-4 (2016), pp. 655- 674) e un esaustivo libro della professoressa di Bologna, Geraldina Boni, Sopra una rinuncia. La decisione di papa Benedetto XVI e il diritto (Bononia University Press, Bologna 2015).
Quando Gigliotti scrive che, 
che «con l’irruzione nella storia della Chiesa, dopo sei secoli, di una nuova renuntiatio, Benedetto XVI, come già Celestino V, imprime un significato nuovo al gesto della rinuncia papale, subordinando la potestas al servitium e rendendo, sul modello patristico, l’ufficio papale più ministerium che dominium» (La Tiara deposta, p. XXXVII), la professoressa Boni osserva che questa affermazione «potrebbe prestarsi a letture artificiosamente ancipiti del munus petrino, ma invero di ogni munus ecclesiale» (Sopra una rinuncia, p. 190), così come l’altra affermazione di Gigliotti secondo cui «la storia della rinuncia della tiara è quindi sì storia di un abbandono del potere ma è anche e soprattutto storia dell’esercizio di una volontà che proprio nella sua massima declinazione negativa (non volo, ab-renuntio) esprime l’essenza cristocentrica e potestativa del ministero petrino» (La tiara deposta, p. XL).
La «renuntiatio mystica» di Benedetto, secondo Gigliotti, «fonda il nuovo status del papa dimissionario» (p. 414). Egli «non è più giuridicamente il sommo pontefice, ma al contempo non può più essere il cardinale entrato in conclave, deve assumere un nuovo ‘status’ giuridico e personale al contempo, un ‘terzo corpo’ che integri i tria corpora papae. E’ quanto ha compiuto Benedetto XVI, inaugurando così una possibilità di evoluzione della felicissima intuizione di Ernst Kantorowicz dei due corpi del re ripresa da Agostino Paravicini Bagliani ne Il corpo del papa» (La tiara deposta, pp. 403-404).

Giustamente il card. Brandmüller giudica incomprensibile il concetto di una renuntiatio mystica e il tentativo di stabilire una specie di parallelismo contemporaneo di un papa regnante e di un papa orante. «Per motivare tale dualismo si è fatto riferimento a quell’idea elaborata da Kantorowicz in The King’s two bodies per distinguere la persona pubblica del re dalla sua persona privata. Ma, in ogni modo, Kantorowicz parlò di due aspetti di una sola persona fisica. Un papato ‘bicipite’ sarebbe una mostruosità» (Renuntiatio Papae, p. 660).
Per quanto riguarda poi i dubbi sull’elezione di papa Francesco, le costituzioni canoniche in vigore, nota Geraldina Boni, non sanzionano con l’invalidità l’elezione simoniaca e neppure l’elezione frutto di patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere fra cardinali, nulli ed invalidi,come la possibile pianificazione dell’elezione di Bergoglio descritta da Austen Ivereigh nel volume The Great Reformer. Francis and the Making of a Radical Pope (Henry Holt and Company, New York 2014).
La canonistica ha costantemente insegnato che la pacifica “universalis ecclesiae adhaesio” è segno ed effetto infallibile di un’elezione valida e di un papato legittimo e l’adesione a papa Francesco del popolo di Dio non è stata finora messa in dubbio da nessuno dei cardinali che hanno partecipato al Conclave.
Quanto scrive la docente dell’Università di Bologna collima con quanto osservano John Salza e Robert Riscoe, sulla base dei più autorevoli teologi e canonisti (http://www.trueorfalsepope.com/p/is-francis-or-benedict-true-pope.html). La accettazione di un Papa della Chiesa universale è un segno infallibile della sua legittimità, e “sana in radice” ogni difetto della elezione papale (ad esempio, macchinazioni illegali, cospirazioni etc.).
Il problema su cui ci auguriamo si apra il dibattito è un altro. Cinque anni di pontificato sono sufficienti per un bilancio complessivo. Se è vero che il Papa è, innanzitutto, colui che governa la Chiesa, sarebbe necessario un esame approfondito del pontificato bergogliano, per mettere in rilievo tutte le ombre dottrinali e pastorali del suo ministero.

In sei anni di governo, san Pio V (1566-1572) stroncò l’eresia in Italia, riformò la Chiesa in capite et membris, restaurò la dottrina e la liturgia, con il Catechismo Tridentino e la Messa, promosse la Lega cristiana contro i Turchi e salvò la Civiltà Cristiana a Lepanto, tanto che dom Guéranger poté scrivere: «L’opera di san Pio V per la rigenerazione del costume cristiano, per fissare la disciplina del concilio di Trento, per la pubblicazione del Breviario e del Messale sottoposti a riforma, ha fatto del suo pontificato, durato sei anni, una delle epoche maggiormente feconde della storia della Chiesa».
Quali sono i frutti per la Chiesa dei cinque anni di pontificato di papa Francesco? E’ da questa riflessione che bisognerebbe partire, interpellando soprattutto i cardinali, che del Papa sono i primi collaboratori, e dunque i diretti corresponsabili del suo governo, almeno fino a quando non se ne dissoceranno pubblicamente. (Roberto de Mattei - Fonte)

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